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Il valore di quelle vite
di GIUSEPPE D'AVANZO
C'è, tra i Casalesi, una banda di latitanti. Non più di sei o sette. In
armi e cocainomani persi. C'è un boss (Francesco Bidognetti) che, in galera,
potrebbe presto saltare il fosso e "cantare". "Pentito". Le sue incertezze
gli fanno cadere la corona dal capo. Il territorio appare libero da ogni
influenza (il boss l'ha perduta con i suoi tentennamenti) e i latitanti
vogliono prenderselo per loro fin negli angoli, spremerlo fino all'ultimo
euro.
Dalla primavera, gli assassini vanno in giro sparando e ammazzando e
distruggendo per far sapere chi comanda, ora. In quattro mesi, hanno ucciso
il padre di un "pentito"; ammazzato un imprenditore che si era rifiutato di
pagare il pizzo (Domenico Noviello) e un altro che si preparava a
testimoniare (Michele Orsi); hanno devastato con il fuoco la fabbrica di un
terzo restio a piegarsi; hanno mancato per un pelo la nipote della compagna
del "pentito" (Anna Carrino). Nelle ultime due settimane, non c'è stato in
quell'angolo di Italia, lungo la via Domiziana, tra le province di Napoli e
Caserta, una fabbrica, un'impresa, una bottega di qualche pregio che non
abbia ricevuto la sua dose di raffiche di mitraglietta 7.62.
Ora, nella notte di San Gennaro, la strage degli africani dinanzi alla
sartoria "Ob Ob exotic fashions" di Castelvolturno. Dicono, per punire uno o
due spacciatori che non pagavano o che non era stati autorizzati a
spacciare. Per gli assassini un nero vale un altro. E per fare un morto,
sparando alla cieca 84 bossoli di 9×21 e 7.62, ne hanno lasciato a terra
sei, venuti in Italia dal Ghana, dal Togo, dalla Liberia. Le vittime
innocenti si raccoglievano davanti a quella piccola fabbrica-sartoria, alla
fine della giornata di digiuno per il Ramadan, per consumare insieme l'unico
pasto. È stata questa la sola colpa. Erano al posto sbagliato con un amico
sbagliato. Erano uomini che lavoravano duramente per pochi euro all'ora,
pregavano e rispettavano il loro dio, se ne stavano tra di loro.
Sono stati condannati dal colore della loro pelle e dalla convinzione della
Camorra che i neri sono non-uomini, buoni per essere "cavalli" del traffico
di stupefacenti, raccoglitori di pomodori per qualche euro l'ora, operai
edili nei cantieri del Nord riforniti dal calcestruzzo dei Casalesi, il loro
grande affare alla luce del sole.
Non è stato sempre così, da quelle parti. Come racconta Roberto Saviano, c'è
stato un tempo che la gente della costa domizia "non era crudele con gli
africani, non li guardava con nausea. Anzi". C'è stato un tempo che bianchi
e neri lavoravano insieme, festeggiavano insieme, in qualche caso si
sposavano anche e le ragazze nere erano ben accolte in casa come babysitter.
"Col tempo però ? ricorda Saviano ? i potenti, i veri potenti, hanno diffuso
un senso di paura, una diffidenza, una separazione imposta. Se proprio
devono esserci contatti che siano minimi, che siano superficiali, che siano
momentanei. Poi ognuno per sé ed il danaro solo per loro, i potenti".
Il comando dei Casalesi ha precipitato i neri in un mondo a parte di
baracche, di stenti, di esclusione, sopraffazione, sfruttamento. E ora anche
di morte. Una morte così ingiusta e insensata da essere intollerabile anche
per chi, emigrato dall'Africa, ha perso ogni speranza di poter essere
trattato con la dignità che si deve a un essere umano. È questa
intollerabilità che ha provocato le violenze di ieri, quelle ore di
devastazioni e rabbia pazza scatenata da un paio di centinaia di uomini,
sordi al grido "Basta!" dei loro connazionali.
Quel che accade lungo la costa domizia è una vendetta della realtà contro le
semplificazioni del format di governo che ? come scriveva qualche giorno fa
Edmondo Berselli ? non descrive nulla della società contemporanea. È la
rivincita del mondo reale sul posticcio affresco italiano diffuso da
ministri, a quanto pare, popolarissimi. È "cronaca" che liquida in poche ore
e per intero la logica, i paradigmi, si può dire l'universo mentale che
sostiene, nella nuova stagione, le politiche pubbliche della sicurezza e
dell'immigrazione.
La realtà ci racconta che il nero ? l'altro ? non è il nemico: è la vittima
innocente. La "cronaca" ci dice, con un'evidenza cruda, quale sia il valore,
il niente in cui è tenuta in considerazione la vita di un nero (in un
disprezzo moltiplicato nella Campania criminale, dopo il pestaggio mortale
di Abdul a Milano). Nel mondo reale di Castelvolturno l'aggressore, il
criminale, l'assassino non è l'immigrato ma l'italiano. E un tipo di
italiano e di italianità diffusa nel Mezzogiorno, organizzata in Mafia,
capace di tenere il potere dello Stato in un cantuccio, di governare il
territorio, di succhiarne le risorse pubbliche e private, di decidere della
vita e della morte degli altri, di ridurre gli altri, se neri, in uno stato
di schiavitù, di non-umanità, dopo aver avvilito a sudditi i cittadini
italiani. Nell'arco di una mezza giornata vengono alla luce, nella loro
essenzialità, l'inconsistenza e i trucchi, il furbo conformismo di una
politica che sa soltanto eccitare e inseguire le paure, gli egoismi e
furbizie di italiani confusi e smarriti.
Gli italiani vogliono prostitute, ma non vederle sotto casa: il governo le
punisce e le nasconde senza curarsi di chi controlla la "tratta delle
schiave" e ne incassa gli utili. Gli italiani vogliono cocaina, ma non lo
spacciatore nella strada accanto: il governo mostra qualche soldato in armi
per strada per fare la faccia feroce senza curarsi delle 600 tonnellate
l'anno di cocaina che 'ndrangheta e camorra importano in Italia; senza darsi
pensiero della grande operazione di marketing lanciata al Nord dalle mafie
che vendono ai teenager una bustina di "bianca" per dieci euro. Gli italiani
vogliono lavoro a basso costo e in nero, ma non i clandestini. E il governo
crea il reato di immigrazione clandestina e il lavoro diventerà ancora più
nero e ancora più a basso costo e diffuso e clandestino.
E allora perché meravigliarsi se i Casalesi ? una banda di assassini, che
controlla gli affari di droga e utilizza nelle sue imprese il lavoro nero ?
possono pensare di fare una strage di neri solo per ammazzarne uno? Quanto
vale un nero? Niente. Davvero qualcuno si scandalizzerà oggi se duecento di
quei niente hanno gridato per un pomeriggio la loro rabbia?
La Repubblica (20 settembre 2008)
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