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Rabbia e dolore per
le vie di Milano
MILANO
Alla fine è stata la rabbia degli amici di Abdul a prevalere. Il corteo anti-razzista per ricordare il giovane diciannovenne del Burkina Faso ucciso domenica scorsa a Milano, Abdul Guibre, si è concluso senza incidenti, ma non sono mancati i momenti di tensione. Le prime avvisaglie già in Corso Vittorio Emanuele, poi in piazza San Babila, dove un gruppetto di amici del giovane e altri manifestanti, sono riusciti a superare il cordone di polizia, diretti in via Zuretti. L’intenzione, dichiarata, era quella di riportare al bar Shihning i due pacchi di biscotti che il ragazzo avrebbe rubato e per i quali sarebbe stato ucciso dai titolari del locale, al momento in carcere. Un gruppetto di poche centinaia di ragazzi, sfuggito al controllo degli organizzatori e di qualsiasi associazione o sigla: solo ragazzi della cosiddetta seconda generazione, amici di Abdul, molti di Cernusco, il paese dove anche il giovane diciannovenne viveva. Al grido di «Abba vive, »Vogliamo giustizia«, i manifestanti hanno cominciato a prendere a calci le macchine ferme lungo via Manzoni. Qualche cartello è stato divelto, alcuni cassonetti rovesciati. E così di corsa fino a piazza della Repubblica, in zona stazione centrale, dove nel frattempo le forze dell’ordine in tenuta antisommossa avevano formato un cordone per impedire ai giovani di raggiungere il bar. Lì, dopo una lunga trattativa, e un lancio di bottiglie improvviso che ha fatto temere il peggio, una delegazione composta di tre persone, tra cui lo zio di John, uno dei ragazzi che era con Abdul la notte in cui è stato ucciso, è stata autorizzatata a lasciare davanti alle saracinesche del bar, abbassate, tre biscotti e poche monetine. «Non vogliamo la violenza, solo la giustizia - ha detto rivolto ai giornalisti presenti uno dei tre ragazzi - la violenza non serve a niente. Il il nostro sangue è come quello dei bianchi». E, con un biscotto in mano, diventato simbolo della manifestazione: «Ecco - ha detto - per cosa lo hanno ucciso. Per un biscotto. Aveva solo 19 anni. Guardate italiani per che cosa si uccide». Uno di loro si è inginocchiato a pregare. Intanto, via Zuretti diventava «Via Abba»: rimosso con lo spray nero il nome della via, sopra, in rosso, quello del ragazzo. E poi ancora, per terra, le scritte «Abba è uno di noi», «Non sarà il buio a far morire la tua anima. Abba vive». «Siamo negri orgogliosi di esserlo». «Mi vergogno di essere bianco». La Stampa (22 settembre 2008) |
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